Know-how

In un mondo del lavoro sempre più globale e trasversale, si ricorre spesso a termini derivati dalla lingua inglese, cosiddetti neologismi, per definire accadimenti, indicare oggetti ovvero indicare il possesso di alcuni requisiti. Ad esempio, chi ultimamente ha letto qualche annuncio di lavoro oppure ha svolto un colloquio, sicuramente avrà sentito parlare del know-how, che non è altro che il modo di indicare in maniera snella tutto un insieme di conoscenze, abilità pratiche e operative, e capacità che servono ad una persona per svolgere un compito all’interno del lavoro, a prescindere che questo prevede un’azione fisica o mentale.

L’utilizzo del termine è oggi molto spesso inflazionato e, seppur di banale definizione, è un concetto molto complesso che possiede caratteristiche ben specifiche e che si collega in maniera salda con temi molto importanti nel mondo del lavoro, specialmente se si è alla dipendenza di grandi aziende come ad esempio le leggi sulla proprietà intellettuale.

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Know-how: storia, significato e utilizzo del termine

La nascita di questo termine è avvenuta fuori dal campo lavorativo in senso stretto, affondando le sue radici nella filosofia ad opera di Gilbert Ryle il quale distingueva la conoscenza in due punti: uno relativo all’esperienza e un altro su regole di operatività.

Argomentando ed esemplificando sul punto, la figura dell’investigatore, il quale risulta bene e ottiene ottimi risultati nella sua professione certamente seguendo le regole operative ma integrandole a puntino con molte altre capacità cognitive più complesse, a volte innate, come l’esperienza o la capacità di riflessione e immedesimazione in determinati contesti. In questo senso, secondo Ryle, salta il confine netto che c’è tra saper fare e saper essere, finendo per affermare che alcune capacità che le persone possiedono non sono acquisite o acquisibili, ma semplicemente fanno parte della stessa.

Nell’ambito aziendale, dunque, le organizzazioni tendono ad avere molti lavoratori dall’elevato know-how, in modo da elevare il loro vantaggio competitivo nei confronti dei competitors. L’utilizzo di tale termine è spesso confuso, specie in Italia, con altri termini quale competenza o conoscenza, pur avendo nella sua accezione più profonda un significato diverso. Nella pratica, comunque, il know-how consiste nella valutazione del personale affidata alle risorse umane di un’azienda e che, dopo attenta valutazione, è in grado di effettuare una valutazione efficace basata su canoni condivisibili.

Caratteristiche del Know-how nella dottrina sulle scienze del lavoro

In economia aziendale, il know-how è considerato un asset strategico immateriale e che di recente si sta guadagnando spesso la dizione di capitale umano. Sempre più realtà tendono a valorizzare questo dato, a volte inserendolo pure in contabilità come forma di capitalizzazione per investimenti, mentre da un lato strettamente economico, spesso il know-how presente all’interno di un’azienda è in grado di far lievitare il suo valore economico sul mercato, soprattutto in caso in cui questa sia in vendita.

Le scienze della formazione hanno studiato a lungo questo fenomeno e sono riuscite a discernere il contenuto del know-how, ampliandolo, in tre tipi diversi di conoscenza:

  1. Sapere;
  2. Saper fare;
  3. Saper essere.

Sapere

Prima di tutto c’è il sapere, che in sostanza non sono alto che le conoscenze che si apprendono dallo studio o dall’osservazione delle cose. Per questo motivo tutti gli aspetti di questa caratteristica del Know-how sono solitamente riconducibili ad aspetti o ambiti per i quale esistono comunità di studiosi o esperti.

Saper fare

Il saper fare non è altro che la conoscenza operativa, ovvero il mettere in pratica quello che si conosce. In questa caratteristica rientrano tutte quelle che sono le abilità manuali e pratiche formatesi grazie all’esperienza professionale e alla capacità di gestione dei problemi, spesso derivante da capacità naturalmente possedute o acquisite senza alcuna formazione specifica, semplicemente grazie al proprio percorso di vita.

Saper essere

L’ultima caratteristica del Know-how ed è l’aspetto strettamente personale del sapere essere, intendendo la capacità squisitamente personale di un soggetto nel comprendere il contesto in cui si trova al fine di massimizzare, grazie all’adattamento dei comportamenti e delle interazioni con gli attori sociali, la ricezione di atteggiamenti positivi.

In sostanza, secondo le teorie maggioritarie, il Know-how come inteso dalle prassi aziendali si identificherebbe meglio con il saper fare, rimandando di fatto a tutte quelle competenze che si applicano e di cui si ha bisogno durante lo svolgimento delle varie mansioni sul posto di lavoro. Nella dottrina del lavoro inglese, dove è maggiormente diffuso e coltivato questo tema, si opera una distinzione fra conoscenza proposizionale e procedurale che consiste, sostanzialmente, fra la differenza che intercorre fra le conoscenze teoriche e quelle pratiche da applicare materialmente.

Know-how fra conoscenza procedurale e conoscenza proposizionale

A seconda del tipo di analisi che si colga, il know-how avrà un significalo diverso. In Italia, ad esempio, il termine è solitamente tradotto come conoscenza procedurale, intendendosi dunque con questa i modi attraverso il quale determinate procedure devono essere svolte in modo da essere giuste e corrette. Questo modo di intendere la conoscenza è diverso da tutte le altre definizioni in materia, specialmente a quella proposizionale che, come facilmente intuibile dal termine, è rivolta essenzialmente ad un solo scopo ben determinato.

In sostanza, con la conoscenza proposizionale si riesce a risolvere solo un problema specifico e ben delineato grazie all’utilizzo di conoscenze codificate e, in questo senso, è meno generale e duttile, seppur trovi nella possibilità di unire più facoltà, come la manualità e la pratica, un maggior risalto.

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